giovedì 28 maggio 2009

la droga:il tempo che passa...o il mondo che cambia?

dicevo allora...il target del nuovo mercato della droga non è più il tossicodippendente, ma il consumatore e, anche, lo spacciatore occasionale.
la droga cambia significato...
c'è la droga di quelli che stanno per strada, spesso con doppia diagnosi, sono i consumatori del metadone, quelli che vedo durante le mie ore di tirocinio, o quelli che riconosco intorno la stazione, quelli che vengono aiutati dal sert, ma che restano sempre lì.
c'è la droga di quelli che non vogliono prevenire il consumo perchè è un diritto di cittadinanza, ma semmai la tossicodipendenza si.
c'è la droga di quelli che stanno ore e ore davanti la tv o internet, quelli che sono preformattati.
c'è la droga di quelli che navigando sul web riescono ad evadere la legge acquistando nuove droghe, prodotti tossici che messi insieme fanno le nuove droghe.

martedì 26 maggio 2009

come prevenire un meccanismo di imprinting?

un pò di tempo fa ho seguito un convegno sulla prevenzione all'uso delle droghe in cui fece un intervento il dirigente di un sert che, negli anni di esperienza, ha studiato la questione del consumo di sostanze da un'arguta prospettiva...
parlando di prevenzione è inevitabile interrogarsi sul motivo per cui molti dei progetti di prevenzione falliscono.
a parer suo, ciò di cui non si è tenuto conto nel campo della prevenzione è l'evoluzione dei mercati e dei consumatori...ma non del mercato dei consumatori di droghe, quanto di tutti i mercati e dei consumatori intesi come cittadini.
riprendeva il concetto dell' imprinting: come fin dall'infanzia le generazioni hanno acquisito il ruolo di consumatori.
  • il buon cittadino è chi consuma
  • il buon cittadino è chi sceglie
...e i mass media sono generatori di consumo!
fu la televisione a rendere operativo il concetto di format, cioè un prodotto che riesce a mantenere incollati allo schermo persone/utenti che compreranno ciò che verrà proposto durante il programma, e fu sempre attraverso la televisione che, poco per volta, il buon cittadino incominciò ad essere il buon consumatore: chi fin da bambino compra i prodotti che vuole vendergli chi elabora le strategie di marketing...il consumatore moderno nella sua prospettiva non è più chi assiste ad un format, ma chi vi partecipa.
le droghe diventano prodotti come altri!in questo marketing di offerta si colloca il disagio, trasversale a tutte le età, placabile...comprando.
si verifica quello che è lo schema pavloviano:
  • DISAGIO-STIMOLO-CONSUMO.
è un meccanismo automatico e acquisito, come l'imprinting

lunedì 25 maggio 2009

lo spettro di Basaglia ritorna nelle mie riflessioni.

il ser.t in cui sto ho fatto il tirocinio è un ser.t. particolare, perchè è particolare la situazione di consumo in questa città.
conta un numero variabile di utenti variabili che sembrano crescere ogni giorno in modo algebrico!

al mio primo colloquio col dirigente degli infermieri, che mi spiegò da dove nasce il servizio, rimasi colpita dalla storia...dei numeri!

è stato il primo ser.t. in italia a nascere nel 1975 , quasi di soqquatto all' interno dell' ospedale psichiatrico, dove inizialmente i tossicodipendenti venivano ricoverati per disintossicarsi.

con la promulgazione della legge 685/75 il servizio trovò una collocazione giuridica, e una finalità precisa: sulla base di una riconsiderazione del tossicodipendente, quale persona da curare, riabilitare e reinserire nel mondo del lavoro e nella vita di relazione.

ma da allora...da quando cercò di dare una risposta immediata al problema della tossicodipendenza da eroina, il ser.t. si è consolidato soltanto come "un'istituzione terapeutica che cura ma non guarisce".

se definiamo la tossicodipendenza una malattia che colpisce la persona nella sua globalità...biopsicosociale...come è possibile che le terapie si orientano ancora alla "parzialità": la cura dell'organo malato.
...e in questo caso, l'organo malato qual è? è forse il cervello, o il cuore?...e se fosse la società ed essere malata?

venerdì 22 maggio 2009

una motivazione al mio tirocinio

“Guardando immagini raffiguranti eroina, siringhe, persone che assumono droga, il gruppo di tossicodipendenti percepiva tali figure come piacevoli e gratificanti. Tali stimoli accendevano l’attività cerebrale, mentre di fronte a stimoli positivi e gradevoli (pietanze appetitose, cuccioli di cani, persone impegnate in attività divertenti), l’attività cerebrale dei tossicodipendenti era decisamente ridotta” .
è uno studio condotto in australia e pubblicato sul sito dronet.org.
I risultati dello studio dimostrerebbero che i consumatori di droga avrebbero una ridotta capacità di apprezzare i piaceri della vita quotidiana, e che l’attività cerebrale di queste persone sarebbe stimolata dalla prospettiva di continuare l’uso di droghe.
oltre alla possibilità di ricercare il godimento di piaceri "stupefacenti", le sostanze hanno un effetto antagonista al dolore, dolori fisici come dolori mentali...
è stato anche questo uno dei motivi che mi ha spinto a confrontarmi con chi si rivolge ad un servizio per le tossicodipendenze.
sono persone invischiate nella dipendenza, qualcuno da decenni, con nessuna motivazione alla cura, perlopiù con un alto degrado sociale e personale, che chiedono inizialmente soltanto di essere aiutati per soddisfare bisogni primari, fisiologici...
per esempio? c'è chi ha le arcate dentarie talmente mal ridotte, consumate dalle sostanze, e dolori persistenti che nemmeno le sostanze riescono ad anestetizzare, che non può far altro che rivolgersi a un medico per farsi curare, non per disintossicarsi, ma per farsi curare semplicemente i denti.
non è facile che un tossicodipendente si rivolga a un medico generale o a un dentista o in ospedale.
cosciente della sua tossicodipendenza, è al sert che si rivolgerà, perchè qui può ricevere cure e attenzioni senza rischiare nessun tipo di discriminazione.
così il bisogno fisiologico è presto commutato alla necessità una terapia che curi il problema principale. la tossicodipendenza.
il mio interesse come tirocinante educatrice è la pratica educativa il cui senso può essere confuso davanti alla pratica terapeutica che domina in questo contesto.
pratica che non può che essere orientata all'instaurazione di una relazione autentica, dapprima accogliente, che va oltre però i semplici bisogni fisici espressi.

giovedì 21 maggio 2009

il mio presente

e se i nostri tempi canonici sono 3 (passato, presente, futuro) manca il presente in questo racconto.

il presente sono le 250 hore di tirocinio che sto per concludere. 
ho scelto il ser.t per testare la mia formazione. 
parto da questo perchè è veramente l' impegno più importante in quest' ultimo anno di università: tutte queste ore , le mattinate al ser.t, i pomeriggi a leggere materiali raccolti, saranno ore rubate allo studio , ma che mi torneranno nella vita!
il tirocinio non è soltanto un dispendio di tempo, di energie fisiche, perchè ogni mattina la sveglia è alle 7, ma di enegie mentali: ho un continuo turbinio in mente,di ragionamenti personali sulle pratiche che vedo, rimandi alla teoria, ricerche di altre teorie, idee che mi sembrano genialate, ma che difficilmente si concretizzano, pensieri che non trovano spazio in progetti!
è un dispendio anche emotivo: un senso generalizzato di inadeguatezza pare sovrastare il senso più importante dell'apprendimento nella pratica.
sono troppe le cose che non riesco a capire perchè non sono dentro la burocrazia del servizio, e molte cose non voglio capirle perchè le reputo inadatte a un servizio che dovrebbe essere attento ai bisogni delle persone a cui si offre...inadeguatezza anche nel sopportare la situazione che ho sotto gli occhi, quella di un vasto fenomeno, e  poi sopportare le storie delle persone che incontro... ma queste storie non sono un peso, contrariamente a quello che il verbo che uso potrebbe suggerire, sono "linfa" per certi versi, mi nutro di queste... quando sono le 11 e mi sembra che non stia facendo granchè, sentendone una ritrovo il senso del mio esserci!

martedì 12 maggio 2009

un invito alla comunità



"Intanto se i figli se ne andassero via di casa presto, come fanno in Inghilterra, le cose andrebbero meglio"...questa è un'espressione che comunemente usano gli adulti, ma che mi sembra così inattualizzabile in Italia...finchè le famiglie asseconderanno le nostre remore, finchè noi figli chiederemo autorizzazioni invece di mirare a conquiste autonome, rimboccandoci le maniche e cercando di farcela con le nostre risorse, rischiando in positivo, finchè prenderemo l' università come "balia" o alibi, finchè ci saranno corsi accellerati per esaudire sogni nemmeno nostri, come essere candidati alle europpe in 5 giorni, finchè non venga da noi una voglia di rinnovamento...le politiche giovanili non ci verranno poi tanto in aiuto!
invece cercando qualche spiraglio si trova!
un progetto geniale per promuovere l'autonomia dei giovani: cohousing!!! un nuovo modo di abitare con spazi e servizi condivisi tra persone amiche che avete scelto e con cui avete progettato la vostra comunità residenziale. 
qualche amministrazione locale sta investendo su questo progetto che favorisce l'autonomia abitativa dei giovani tra i 20 e i 30 anni che fanno fatica ad abbandonare il guscio familiare.
sono alternative concrete e attualizzabili, perchè ci sono dei fondi a cui attingere e perchè ci sono progetti medesimi in altri paesi che ci raccontano i vantaggi ottenuti.
Il concetto è nato negli anni settanta in Danimarca con le prime COHOUSES : oggi si trovano oltre 600 comunità di COHOUSES in Danimarca, 100 negli Stati Uniti e dozzine nel resto dell’Europa, Regno Unito, Olanda, Svezia e Germania inclusi. In Danimarca si avvia perfino la costruzione di interi quartieri della città seguendo il modello COHOUSING – un vero revival del borgo tradizionale.
Il COHOSUING è un stile di abitazione collaborativo che cerca di superare l’emarginazione contemporanea dell’individuo nel quartiere, in cui nessun conosce bene il suo vicino e dove non si trova nessun senso di comunità. Nella società di oggi, molti si trovano lontani dalle proprie famiglie e dagli amici storici, con una conseguente crisi per la mancanza di assistenza affettiva, a se stessi e ai figli;per l’ isolamento sociale; e per una grossa mancanza di tempo.
Le comunità di cohousing combinano l’autonomia dell’abitazione privata con i vantaggi di servizi, risorse e spazi condivisi (micronidi, laboratori per il fai da te, auto in comune, palestre, stanze per gli ospiti, orti e giardini...) con benefici dal punto di vista sia sociale che ambientale.
Mi sembra un' alternativa da prendere perlomeno in considerazione!
Esperienze simili hanno l'obiettivo di promuovere l' autonomia individuale nel breve tempo, ma soprattutto di sviluppare il senso di comunità a lungo termine... per godere di una rete di protezione che consenta di evitare traumi,se anche limita un pieno sviluppo personale (come nel caso di una famiglia allargata, con i suoi pregi e difetti). Nel rapporto con la società il singolo è più esposto al mondo, ma allo stesso tempo è più libero di sviluppare le sue potenzialità. Se nella società si fa riferimento principalmente ai fini dell'individuo, nella comunità prevalgono gli obiettivi condivisi e la solidarietà.
Del resto siamo così bravi a creare, partecipare a comunità virtuali tramite internet!!

nell' agenda delle mie "memorie distratte" ho ritrovato un appunto sul rapporto giovani-società che fa riflettere; è di un prof. della scuola sistemica di Roma, dice: 
"La società organizza delle strutture dove la tensione e la confusione, proprie della crisi, possono essere elaborate: gli spartani davano i figli allo stato, gli israeliani hanno creato i kibbutz, nelle culture tribali ci sono i riti di passaggio. La nostra cultura non offre soluzioni efficaci".



lunedì 11 maggio 2009

parlando di giovani...

Vorrei riprendere la storia di un libro che sto leggendo per rendervi un' immagine dell' inquietudine del futuro che appartiene alla nostra generazione. Il libro è "nel nome del figlio" ,gli autori sono un padre e un figlio nella realtà, l'uno è psicologo, l'altro scrittore; ci raccontano il mistero dell' adolescenza senza facili paternalismi, ma ammetendo i dubbi e le fragilità degli stessi genitori.
quello su cui ci si concentra quando si parla di giovani quasi sempre è il risultato, e il risultato è ciò che i titoli dei giornali definiscono, forse prendendosi beffa dei giovani, la "società dei bamboccioni" ,che saremmo noi a 30 anni ancora a casa dei genitori, magari all' ultimo esame di una laurea che tardiamo a prendere, senza un' indipendenza economica che pretendiamo essere la base della nostra indipendenza di vita... 
tralasciando il processo! e il processo è l' insieme di cambiamenti che non riguarda solo noi giovani, o perlomeno non riguarda indistintamente noi.
il capitolo intitolato "un' adolescenza che non finisce mai" inizia col racconto di una giornata, diciamo "una qualunque giornata" di Carlo Condemi, 26 anni, iscritto a Legge ma fuori corso da qualche anno...
"oggi per te sarà una giornata tosta.devi fare l'esame di diritto commerciale. è da due mesi che non lo studi, che fai finta di studiarlo. avrai fatto si e no metà del programma...ieri per punirti sei rimasto a casa tutto il giorno, seduto alla tua scrivania davanti al libro."
carlo saluta i genitori, che lo raccomandano, "stavolta li massacro!" gli dice per farli contenti sapendo che li bastonerà all' ora di pranzo... una volta all' università non si presenta nemmeno all' appello, si rifugia a casa della ragazza. 
"accendi la tele. c'è la replica del "maurizio costanzo show". cerchi di capire di che parlano ma non ce la fai, stai troppo male. ti è esplosa dentro un'ansia che non ti lascia respirare. è qualcosa che va oltre l'esame, oltre al fatto che stai dentro a un letto mentre tutta roma è in movimento, lavora e produce.è la sensazione che non ti scrollerai mai di dosso questa palude che ti si è allargata dentro. una palude di intenzioni, di aspettative tradite ogni giorno."
poi il focus del racconto si sposta da carlo al padre...il padre di carlo è un medico affermato,fa l' ortopedico, "ripara le ossa rotte", ma "da qualche tempo non è più lui. ha perso lo slancio con cui ha sempre affrontato la vita. si sveglia al mattino verso le 4 e rimane molte ore al buio con gli occhi aperti."
decide di rivolgersi a un vecchio amico psicanalista che, già al telefono, capisce che si tratta di una classica crisi di mezza età. ma non basta. dal colloquio emerge un' ansia di "riparare fratture" che si porta dietro dall' infanzia, da quando i suoi si separarono. 
l'infanzia e poi l'adolescenza: due tappe fondamentali che devono essere vissute come "ponte" verso la responsabilità che l'età adulta impone.
l'amico psicanalista con tono professionale gli spiega (e ci spiega): "tu appartieni alla categoria di persone che diventano adulte senza passare attraverso l'adolescenza".
quello che mi ha interessato di più nel racconto della seduta psicanalitica è stato "il non detto". il padre di carlo era andato troppo lontano coi ricordi "di figlio" dimenticandosi il suo ruolo attuale di padre, quello che più gli creava problemi: il suo rapporto col figlio, l'apprensione nei confronti del presente ma soprattutto del suo futuro. come gli sottolinea l'amico "sono sicuro che le tue preoccupazioni dipendano da tuo figlio. carlo è proprio il tuo contrario, tu sei diventato adulto subito, mentre lui non va né avanti né indietro, si è impantanato. un'adolescenza che non finisce mai!"
"non so se ti ricordi, quando ci stavamo noi all' università non ci sfiorava nemmeno il dubbio che non avremmo trovato lavoro. la società, che ti piacesse o no, ti garantiva l'ingresso nel mondo adulto, mentre adesso stanno lì, stazionano in famiglia senza aspettative"..."non voglio giustificare tutto, però credo sia necessario capire i ragazzi. hanno abbastanza motivi per non rischiare."
il padre di carlo, come alla ricerca di una sua strada: "siamo partiti dai miei risvegli mattutini e siamo arrivati a dei problemi cosmici, come è possibile risolvere i problemi dei giovani?"
ci viene in aiuto Winnicott con una frase che suona come sentenza: "in fondo quando parliamo di giovani dobbiamo prima di tutto osservarci noi adulti."

mercoledì 6 maggio 2009

del resto l'educazione dell'uomo ripercorre la filogenesi della specie

dicevo...sono al 3 anno del corso di laurea in educatore professionale...
tre anni fa partì dalla mia città natale per tasferirmi a padova e iniziare una vita universitaria un pò fuori dagli schemi, un pò tanto per una che nemmeno al liceo aveva mai fatto la pendolare...una vita da pendolare universitaria(...e badate bene la pertinenza dei termini) nella valle incantata del cur. dell' esperienza universitaria avevo in mente le corse in bici sotto i portici per andare a lezione, le pause caffè sulle scalette di facoltà con i colleghi, il meritato svago serale e le cene sociali con gli amici, magari ancora quelli di facoltà, quelli con cui ritrovarsi a studiare...

è andata così ma con tante imperfezioni qua e là, e tante correzioni strada facendo...

insomma 3 anni fa feci la mia prima scelta: avevo diverse alternative, potevo continuare a stare giù, lavorare al pub, stare a casa con i miei...se avessi voluto sarei potuta andare in qualsiasi città d' italia, tanto lasciata l' isola alle spalle sei comunque lontana da casa e sola...e per non sentirmi sola avrei potuto scegliere una città piena di amici...ma sognavo i portici, gli argini di un fiume, biblioteche vecchie, e non sò per quale assurdo motivo sognavo un clima uggioso, cercavo me...



col senno di poi è facile, e stupido, gettare a terra un sogno, come a volte mi capita a ragione...guardando la realtà!soprattutto se lo stesso sogno si è avverato tale e quale e con qualcosina in più che fa la differenza: il mio cambiamento! sono cresciuta, ho imparato a stare nella mia solitudine, ma anche la prossimità di certi rapporti, ad aprirmi a gente varia, ho tratto la bellezza dai miei incontri , ho sofferto e gioito delle mie conquiste , ho dato un numero imprecisato e inimmaginabile di esami (purtroppo!perchè bastava qualche esame in meno per capirci meglio!) ...

si dice, dicono, hanno detto:"c'è un' età nella vita in cui si deve iniziare a camminare con le proprie gambe,stare con la schiena dritta e la testa alta"


io aggiungerei "e iniziare a pensare e costruire un proprio futuro!"


per farlo hai bisogno di ricordare...come sei riuscita a un anno a muovere i primi passi, chi ti tendeva la mano, chi ti ha insegnato ad andare in bici a 5 anni, e come facevi a rialzarti da sola...ricordare come camminavi con un libro di favole in bilico sopra la testa ed essere fiera di fare 20 passi...e allora quello che in 3 anni ho fatto è stato educarmi!


legenda: le parole evidenziate racchiudono tutta l' essenza dell' educazione
















lunedì 4 maggio 2009

pensando al mio futuro...

pensando al mio futuro vorrei che fosse fatto di "piccole cose di valore nn
quantificabile":una casa, una famiglia, dei figli, amici e parenti attorno, e un
lavoro...anzi, il mio lavoro.quello per cui da 3 anni sto investendo
studio,emozioni,tempo...il mio presente!
questo video racconta la vita di una donna che dedica le sue giornate alla
famiglia e al suo lavoro.niente di particolare,una storia comune... ma a renderla unica sono
le persone che incontra lavorando..."la miglior ricompensa è la gente, la famiglia, il ragazzo... come ti vedono,ti ringraziano,come ti trattano."
sono poche le esperienze che mi hanno reso questa forza, perchè sono semplicemente una laureanda al 3 anno di una corso di laurea ancora poco compresibile...agli occhi degli altri,di chi mi chiede cosa andrò a fare,di chi non ha mai avuto contatti con realtà pertinenti al "trabajo social" sono un mistero...e questa perplessità credo sia comprensibile.
è la stessa che avevo io 3 anni fa,che mi ha spinto a scoprire se fa per me fare l'educatore.
ed è la stessa perplessità che ho a 3 anni di distanza...perchè pian piano sta diventando sempre più chiaro quello che dicono di noi..."il nostro strumento di lavoro siamo noi stessi!"..quello che diceva la prof. di pedagogia alla primissima lezione:"il vostro lavoro dovete inventarvelo giorno per giorno" .
ma è una perplessità che scompare quando a tirocinio guardo gli altri educatori, quelli veri, le relazioni che hanno con alcuni dei loro assistiti, quando sento le loro storie, da dove vengono, anche quando mi mettono in guardia su alcuni "fantasmi" della nostra professione...allora cambia tutto!mi dico che vale la pena!

domenica 3 maggio 2009

l'isola che non c'è

per uno guasto tecnico al mio amato pc non ho potuto dare forma a questo blog quando avrei voluto: all'indomani del 1 maggio...ma sono ancora in tempo per rendervi partecipi di una considerazione fatta "a caldo" alla chiusura del concerto di roma...
ho assistito al concerto: dall'inizio alla fine della trasmissione su rai3...però, in qualche modo posso dire di averlo vissuto, puntuale come sempre da 10 anni a questa parte.
quest'anno l'ho vissuto nel migliore degli agi: a casa! due anni fa anch'io ero a pzz san giovanni...compressa tra la calca danzante!
l'ho vissuto confrontandomi con una interlocutrice attenta, un'amica, nonchè la mia "coinqui" lucana!dal confronto ho avuto modo di rielaborare alcuni messaggi che i tanti "parolieri" dell'evento hanno cantato, gridato, chi al microfono, altri a sguarciagola...messaggi che quando stai in trepida attesa dell'artista di turno, tra la folla, nemmeno ti arrivano oppure passano distrattamente.
certo dopo questo "apologo" vi aspetterete chissà quale grande conclusione...invece, le tengo per me!:-p
ma una domanda, comune a quelle fatte, resta: come immaginare il mondo che vorrei senza futuro??
de gregori canta "la storia siamo noi", minoli ricalca un documentario dello stesso titolo...qualcun' altro avrà scritto un libro... e tutti continuiamo a cantarla...
sarà ora di scriverne un'altra sul futuro? che non basta dire "il futuro siamo noi"...lasciamo che questo si dica ai bimbi!